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Omelia Mons. Guglielmo Giombanco (sabato 22 aprile 2017)

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Carissimi Fratelli ed Amici,

            Desidero salutare con affetto i confratelli presbiteri, le persone consacrate, la comunità del seminario, i tanti fedeli laici qui convenuti e testimoni di un ricchissimo patrimonio di valori cristiani accumulato nei secoli da generazioni di credenti.

            Un cordiale e grato saluto rivolgo alle gentili Autorità che hanno voluto onorarci con la loro presenza.

            Un pensiero di orante gratitudine rivolgo al Vescovo Ignazio che mi ha preceduto nel servizio episcopale in questa Chiesa. A Lui auguriamo tutto il bene che il Suo cuore di Padre desidera.

            Con grande gioia celebro per la prima volta l’eucaristia memoria del Signore Risorto in questa Chiesa Cattedrale di Patti, dedicata a S. Bartolomeo, che è il tempio principale della Chiesa locale. Essa è il segno di unità quale luogo privilegiato di incontro del Popolo di Dio, che vi si raccoglie intorno al proprio Vescovo per ascoltarne la Parola, cantare le lodi di Dio e celebrare i divini misteri. Qui, dice la Costituzione sulla sacra liturgia, «c’è la principale manifestazione della Chiesa nella partecipazione piena e attiva di tutto il Popolo di Dio alle medesime celebrazioni liturgiche, soprattutto alla medesima Eucaristia, alla medesima preghiera, al medesimo altare, cui presiede il Vescovo, circondato dal suo presbiterio e dai ministri» (Sacrosanctum Concilium, 41).

            Nell’Eucaristia celebrata dal Vescovo nella Cattedrale risplende, dunque, nel modo più luminoso l’unità della Chiesa: lì sta la radice e il centro delle comunità, lì il segno e la causa dell’unità del Popolo di Dio.

            La parola proclamata, in questa seconda domenica di Pasqua denominata della Divina Misericordia, consegna al nostro ascolto interiore preziose indicazioni per un fecondo cammino ecclesiale che conduce alla fede suscitata dall’incontro con il Risorto.

1. La prima lettura, dagli Atti degli Apostoli, mostra una bella attuazione di comunione nella chiesa primitiva: «tutti i credenti erano un cuor solo ed un’anima sola». Tale unità, che implica anche la sintonia di animi e di intenti, poggia sullo spezzare il pane, sull’ascolto della Parola e sulla lode a Dio (v. 42). Essa ha un effetto: la condivisione con gli altri dei beni propri di ciascuno (cfr anche At 4,32-37).

            Il messaggio è evidente: dal Signore risorto, testimoniato dagli Apostoli e poi dalla Chiesa di sempre, sgorga il dono dello Spirito Santo, Egli permette di attuare, in chi ascolta e accoglie, una vera conversione e raduna in unità i credenti, cioè fonda la Chiesa.

            La risurrezione di Gesù è sorgente di comunione fraterna e di amore. I primi cristiani erano «assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna» e la fraternità si esprimeva nella condivisione secondo il bisogno di ciascuno. La risurrezione di Cristo libera i nostri cuori da tutte le tendenze egoistiche e mette in essi un amore generoso, fonte di pace e di gioia. Tutto questo è fondato sulla fede.

            Oggi non è facile mettere in comune i propri beni materiali; l’ideale della chiesa primitiva però può anche essere attuato mettendo al servizio degli altri le proprie capacità e le proprie qualità, competenze o carismi e soprattutto la propria umanità. « La sua misericordia infatti – afferma papa Francesco ‒ non si ferma a distanza: desidera venire incontro a tutte le povertà e liberare dalla tante forme di schiavitù che affliggono il nostro mondo. Vuole raggiungere le ferite di ciascuno, per medicarle…Curando queste piaghe, presenti anche oggi nel corpo e nell’anima di tanti nostri fratelli e sorelle, professiamo Gesù, lo rendiamo presente e vivo; permettiamo ad altri che toccano con mano la sua misericordia, di riconoscerlo “ Signore e Dio” come Tommaso». Carissimi, il Signore ci chiede di essere cristiani fuori dal tempio, per poterci chinare sulle tante persone ferite dalla vita, con una testimonianza di gesti – più che di parole- che siano veramente evangelici, senza possibilità di equivocare, perché carichi di amore e di umanità. Il Signore ci chiede di condividere con i fratelli, attraverso la nostra umanità, i doni ricevuti impegnandoci ad essere costruttori di comunione nella carità.

2. Nella seconda lettura Pietro fa un elogio molto bello della fede; dice che «Dio ci ha rigenerati mediante la risurrezione di Gesù Cristo, per una speranza viva, per una eredità che non corrompe, non si macchia non marcisce». La fede in Cristo è sorgente di pace, di gioia, di amore e di vita nuova. In realtà la sorgente di tutti questi doni è la persona stessa di Cristo, ma per attingere ad essa è necessaria la fede. Si tratta di una fede che, come dice Pietro, «è molto più preziosa dell’oro». Tutti dobbiamo chiederci in coscienza se abbiamo davvero un senso profondo del valore straordinario della nostra fede in Gesù. Solo una fede autentica, radicata nel cuore ci permette di amarlo senza vederlo e di credere in Lui.

3. Il Vangelo narra l’esperienza che i discepoli fecero, il primo giorno dopo il sabato (corrispondente alla domenica cristiana), la sera, mentre si trovavano in casa, avendo chiuso le porte per timore dei giudei. Un incontro che assume una duplice forma: prima con tutti i discepoli, assente Tommaso, poi, otto giorni dopo, l’incontro del Risorto con Tommaso presente e specificamente con lui.

E’ significativa l’esperienza di Tommaso: egli, nonostante l’annunzio degli altri apostoli: “abbiamo visto il Signore”, dichiara che, se non vede nelle mani il segno dei chiodi e non mette la mano nel costato, non può credere, o, piuttosto, non può pervenire alla fede. Si è parlato tanto di caparbietà di Tommaso; ma forse non si tratta di caparbietà, bensì di una giusta esigenza: per potere credere, egli deve fare esperienza di Lui. La fede nel Signore Risorto infatti poggia certo sulla testimonianza apostolica, trasmessa ininterrottamente dalle origini fino ad oggi, ma poggia anche, come su un secondo pilastro, sulla propria esperienza personale di Lui. Tommaso riceve la testimonianza apostolica, ma per poter pervenire alla fede, ha bisogno di fare esperienza di Lui, vuole incontrarlo Risorto nella propria vita. Testimonianza apostolica e personale esperienza ci danno così la certezza della risurrezione del Signore e della sua indefettibile presenza in mezzo a noi, nella sua chiesa.

Il Risorto è colui che sta in mezzo alla comunità, alla sua Chiesa, quest’ultima diventa allora il luogo privilegiato (non unico) per incontrarlo: finché Tommaso sta fuori dal cenacolo non ha la possibilità di incontrare il Risorto e continua a dubitare. Nel momento in cui accetta di entrare nello spazio della comunità radunata, ecco che il Risorto viene e si fa a lui presente. Così il dubbio è sciolto dalla comunione e la fede prende vita all’interno di una comunità in cui ciascuno si fa aiuto e sostegno dell’altro per crescere insieme verso la salvezza.

            Di Lui noi che abbiamo ricevuto e riceviamo ancora la testimonianza apostolica facciamo esperienza, nell’ascolto della sua Parola liturgicamente proclamata, nella carità vicendevole, ma soprattutto nell’Eucaristia, come appunto il testo di Giovanni suggerisce. Per questo siamo qui radunati. In questo momento, in questo luogo e in questa assemblea, siamo tutti coinvolti, mediante la fede, misteriosamente nella fede della Chiesa; siamo raggiunti, non meno realmente, dalla testimonianza apostolica; come Tommaso ci prepariamo a fare, nell’Eucaristia, esperienza del Risorto.

            Il brano evangelico che abbiamo ascoltato ci parla poi dei molteplici doni del Signore Risorto. Primo dono è la sua stessa presenza che si rende manifesta ai discepoli nonostante le porte chiuse. A chiuderle sono stati certo i discepoli perché avevano paura dei giudei; ma forse è stata questa stessa paura a rinchiuderli come in una prigione. Quante paure oggi invadono il nostro cuore?

           Ci sono paure “sane” anche doverose. Mi pare che sia segno di amore e di fede aver paura di ingessare la parola bloccandola nella vischiosità dei nostri pregiudizi. Oppure il constatare ogni giorno, anche con smarrimento, la nostra radicale inadeguatezza ad “armonizzare” questo mondo. Non sarebbe dunque fuori luogo nella Chiesa un prudente timore di non capire a sufficienza l’uomo del nostro tempo, il corso degli avvenimenti, i segni dei tempi, le fatiche ed i drammi dei poveri, la disperazione dei giovani. Questi e simili paure ci farebbero meno presuntuosi e più attenti allo Spirito che parla ancora, che ha sempre qual cosa di nuovo e di inedito da proporre all’uomo lungo i secoli.

            L’esperienza quotidiana, per un altro verso, ci fa toccare con mano che nelle nostra realtà incontriamo anche paure malate. La paura di non apparire mai perdenti, di controllare tutto pur di non perdere l’immagine che si è costruita non sempre in sintonia con il modo di fare Gesù. Come pure la paura di non saper ascoltare le paure degli uomini. Dubitare di saperlo già chi è questo Gesù a cui siamo consegnati, temere di non essere all’altezza di poter camminare e vivere con il Verbo fatto carne, temere di non sapere mai nulla di definitivo su di Lui e dei suoi voleri, avere paura che la nostra esistenza sia sconvolta dall’amore che Lui ci propone; timori come questi ci fanno davvero camminare, fanno crescere il desiderio di una fede matura e ci rendono umili compagni di chi oggi cerca Dio, anche se non lo sa.

            L’incontro con Gesù libera i discepoli dalla paura e dona loro il coraggio della fede; li fa passare dalla paura alla gioia. Così avviene per tutti noi quando permettiamo a Gesù il Risorto di entrare nella nostra vita, nelle nostre paure. Egli ci dona la vera gioia (secondo dono) nel cuore.

Un terzo dono è la vita eterna, simboleggiata nel fatto che Gesù mostrò ai discepoli mani e costato. Le mani sono quelle del pastore, dove le pecore stanno al sicuro e alle quali nessuno potrà sottrarle (Gv 10,28-30); sono anche le mani che conducono a quelle del Padre, dalle quali nessuno mai potrà rubarle, essendo Gesù e il Padre una cosa sola. Il costato aperto dal colpo di lancia di un soldato e mai chiuso (Gv 19,34), dal quale scaturì sangue ed acqua, è lo spazio dell’amore che si consegna e la fonte perenne dello Spirito Santo.

Un quarto dono è lo Spirito Santo che Gesù ha promesso e non ha mancato di donarci: lo Spirito ci accompagna e ci guida nella conoscenza esperienziale di tutta la verità (Gv 16,13) che è Gesù stesso, ci dà forza e coraggio nel nostro compito primario di rendere testimonianza (Gv 15,26), di fronte al mondo, della sua resurrezione, ci rafforza nella nostra stanchezza e ci risolleva nelle nostre cadute.

Ancora un altro dono, di cui noi sacerdoti siamo beneficiari assieme ai fedeli, e dispensatori, è la remissione dei peccati. In Cristo Dio ha rimesso, una volta per sempre, tutti i peccati umani: non c’è peccato ormai che Dio non perdona, a condizione però che con cuore sinceramente pentito andiamo a Lui, confessiamo i peccati e ci lasciamo lavare, nel sacramento della riconciliazione, dal sangue di Cristo (1Gv 1,5-2,2). La riconciliazione ci mostra il volto della misericordia divina e ci permette di trasfigurare le miserie del mondo nell’abbraccio del Padre.

Da ultimo il dono della pace che Gesù consegna ben due volte, sia quando appare la prima volta assente Tommaso (20,19), sia quando si manifesta, otto giorni dopo, stavolta presente Tommaso (20,26). La pace che Gesù ha donato e dona ai discepoli, non è certo pacifismo e quieto vivere, ma è quella pace che vuol dire “riconciliazione” ed implica un modo di agire fondato sulla carità vicendevole. Dicendo “pace a voi” Gesù dichiara di avere operato la nostra riconciliazione con Dio, dopo la rottura causata dal peccato. Per questo Paolo può dire di Gesù «egli è la nostra pace (Ef 2,14)».     

Fratelli e sorelle iniziamo questo cammino arricchiti dai doni del Risorto con la certezza che Egli, buon pastore, cammina con noi e ci guida lungo i sentieri irti, ma sempre luminosi della storia.

Affidiamo a Maria SS., Madre attenta e discepola fedele, il cammino della nostra Chiesa perché con la sua dolcezza materna ci accompagni. Amen!

+ Guglielmo, Vescovo

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