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15a Domenica del Tempo Ordinario (15 luglio 2018)

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Il brano di vangelo di questa domenica si apre con questa importante precisazione del­l’evan­ge­li­sta: Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due. Gesù chiama a sé i discepoli per poi inviarli. In questi due movimenti è mirabilmente sinte­tiz­za­ta l’esperienza del discepo­lato.

Il primo movimento consiste nella consapevolezza di essere chiamati diret­ta­­mente da Gesù a vivere una esperienza di profonda intimità con Lui; non ci sono ‘autocandidature’ né l’eventuale assunzione di uno stile ‘fai da te”. A chiamare è sempre Gesù. L’iniziativa, sovranamente libera, è sua.

Il secondo movimento, invece, indica la modalità con la quale dev’essere portata avanti la missione: “a due a due”, cioè nell’unità, come espressione di una comunione fraterna, costantemente preceduta dalla comunione personale con Gesù.

Questi due movimenti quello del “chiamare a sé” da parte di Gesù e dell’inviare “a due a due” mi fa venire in mente quello che avviene di continuo nell’organismo umano attraverso l’esperienza della respirazione.

Finché respiriamo rimaniamo in vita; nel momento in cui non respiriamo più è segno che siamo già morti. Allo stesso modo si può dire che fino a quando ci si lascia chiamare da Gesù e si sta con lui per essere, poi, inviati da lui, la nostra esperienza ecclesiale è una esperienza di vita e che diffonde vita; quando, invece, non si è più disposti a stare “con Gesù” e non ci si lascia “inviare” da lui sopraggiungerà inesorabilmente l’esperienza della morte spirituale.L’intimità con Gesù precede sempre l’esperienza della missione.

Lo stesso evangelista Marco questa esigenza l’aveva espressa con chia­rezza al momento del racconto dell’elezione dei dodici al cap. 3: “Ne co­sti­tuì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare”(v.14).Stare con Gesù non è un “optional” per un discepolo.

E’ fondamentale quanto il respiro per una persona che vuole continuare a vivere.

Ma nello stesso tempo l’esperienza di “rimanere” con Gesù, se è autentica, non è altro che il trampolino di lancio per andare verso gli altri.

In un libro di Mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, che sto leggendo in questi giorni l’autore scrive: “La chiesa c’è per dire e donare Cristo al mondo e portare il mondo a Cristo”.

E’ proprio vero: come cristiani ci siamo “per dire e donare Cristo”.

Ma per poterlo “dire” e “donare” al mondo è indispensabile lasciarsi chiamare e inviare da Lui.

In piena obbedienza e docilità alle sue indicazioni che ci richiamano sempre allo stile della sobrietà e al gusto dell’essenziale.

p. Enzo Smriglio

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