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Introduzione al Vangelo Domenicale (28 febbraio 2021)

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Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condus­se su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

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Se la settimana scorsa a saltare era stato l’avverbio “subito”, anche questa settimana salta un particolare importantissimo dal quale vogliamo partire.

La scena – leggiamo nel vangelo di Marco – avviene “sei giorni dopo”.

Ci richiama qualcosa i sei giorni?

E’ ovvio che ci viene subito spontaneo pensare all’opera della creazione.

Ma attenzione: ciò significa che il fine della creazione è la “trasfigurazione” e non, invece, come saremmo portati a pensare la “sfigurazione” dovuta all’inelut­ta­bilità della morte. La vita dunque, la nostra vita, è da pensare come una esperienza chiamata a riflettere sempre più profondamente la gloria del Signore.

Il fine dell’esistenza è pertanto la pienezza di vita del Signore, è il settimo giorno.

Va detto anche che nel vangelo di Marco “i sei giorni” richiamano la cronaca della passione che avviene in sei giorni: Gesù a Gerusalemme sta sei giorni e al settimo giorno è sulla Croce.

Il mistero della trasfigurazione è capire allora la gloria della Croce, cioè capire l’amore che Dio ha per ciascuno di noi, un amore che si è pienamente rivelato sulla Croce.

Ritengo pertanto che sia importante insistere su questo tema perché, come possiamo facilmente intuire, ci spalanca il cuore alla speranza teologale.

Noi solitamente pensiamo che la nostra vita è un arco che poi finisce.

Finisce spegnendosi. Nasciamo dalla terra e siamo destinati a tornare alla terra.

Invece no! Veniamo da Dio e torniamo a Dio e tutta la nostra vita è un cammino verso il settimo giorno. Non dimentichiamoci mai che il Signore ci ha fatti al sesto giorno per il “settimo”.

A questo punto è bene che ci chiediamo: quando si passa del sesto al settimo giorno? Il passaggio è assicurato nel momento in cui capisco quello che Gesù ha fatto al sesto giorno a Gerusalemme, cioè quando capisco il suo amore per me, accolgo questo e questo amore diventa la fonte ispiratrice di ogni mia attività, relazione e occupazione.

I tre privilegiati apostoli che hanno potuto assistere sul monte al momento della trasfigurazione di Gesù hanno potuto fare questa singolare esperienza perché Gesù li ha presi e li ha portati su un monte alto. L’iniziativa è di Gesù.

L’evangelista descrive il momento della trasfigurazione in termini di luce.

La luce è il simbolo più bello di Dio, la luce fa esistere le cose per quello che sono, le fa vedere, le fa conoscere.

Inoltre la luce è principio di vita, di calore, di amore, di conoscenza.

La luce trasforma tutto in luce, fa fuggire ogni tenebra.

La luce richiama per l’uomo tutto ciò che c’è di bello e di positivo.

È il principio stesso della creazione: “Sia la luce e la luce fu” e tutto parte da lì e noi stessi se siamo nella luce ci accorgiamo che abbiamo una faccia, quando siamo nelle tenebre ne abbiamo un’altra.

Mi verrebbe da dire allora che uno non si dà la faccia che ha, ma alla fine ha la faccia che si merita. Mi spiego meglio: tutto dipende da cosa teniamo davanti.

Se teniamo davanti le nostre preoccupazioni, le nostre paure è chiaro che incominciamo ad incupirci dal mattino alla sera, sempre di più, alla fine il nostro volto diventa un ‘non volto’, finisce con l’assumere l’oscurità dei nostri problemi e di tutte le nostre complicazioni esistenziali.

Se, invece, ci teniamo davanti il Signore, il suo amore, la sua luce, è chiaro che finiremo per essere un riflesso vivente dell’amore e della luce di Dio stesso. L’uomo è proprio ‘riflessivo’, riflette ciò che si mette davanti.

Al centro dell’intera scena della Trasfigurazione c’è Gesù. E’ Lui al centro della rivelazione, della scrittura - legge, profeti - però Gesù è anche al centro di tutta la storia, non solo per una convenzione cristiana si divide la storia in prima di Cristo e dopo Cristo, ma in realtà è possibile scorgere – per così dire - proprio una convergenza di tutti i fatti che conducono nel loro significato più profondo a questo centro che è Gesù. Potremmo dire che come la creazione, così anche la storia dialoga con Lui e prende senso da Lui.

Appare dunque significativa l’esclamazione dell’apostolo Pietro riportata dall’e­van­­ge­lista: “Rabbì, è bello per noi essere qui!”. È bello essere, non stare, qui. Noi siamo fatti per essere qui davanti a questo volto.

Qui è bello, ritroviamo la nostra bellezza, la nostra profonda verità.

“Altrove” non possiamo stare perché è brutto e fino a quando non stiamo lì niente è veramente bello; solo lì (con Gesù!) troviamo la bellezza per cui siamo stati creati e alla fine finiamo con il riflettere a viso scoperto questa bellezza, quella di Dio, riflettendola, faccia a faccia e venendo trasformati in quella.

In questo modo noi abbiamo come principio vitale non più le nostre paure, le nostre tensioni, i nostri egoismi, le nostre preoccupazioni, ma l’amore che Dio ha verso tutti i suoi figli.

Pietro invece di camminare, preferirebbe mettere tre tende, come noi.

Cerca di catturare il momento, fermarsi e assaporare l’esperienza.

Invece la nostra chiamata è a camminare di gloria in gloria.

Adesso cerchiamo di avvicinarci al punto centrale della trasfigurazione.

“E venne una nube che li copriva d’ombra, e venne una voce dalla nube: Questi è il Figlio mio, il diletto: ascoltate lui!”

Dio è raffigurato spesso dalla nube, a noi danno fastidio le nuvole perché siamo piuttosto turisti della domenica, mentre la nube esprime fecondità, è vita, senza acqua c’è la morte, c’è il deserto, quindi la nube è principio di vita come Dio, poi la nube presenta quel mistero che ti vela.

Dio non ha volto, ma ha voce.

Il suo volto chi è? È Colui che ne ascolta la voce, il Figlio.

Il volto del Padre chi è allora? È il Figlio che ascolta il Padre, che ama il Padre come è amato dal Padre. Allora il Padre che non ha volto ma ha voce e dalla nube dice: “Questi è il Figlio mio. Questi”. Questo Gesù che ha detto che è il Cristo, che è il Servo di tutti, che va a Gerusalemme, che dà la vita.

“Questi è il mio Figlio”, non un altro, quest’Uomo concreto nella sua vita modesta, umile, che non ha nessun potere, che non domina su nessuno, che annuncia l’amore e lo vive, “Questi è il mio Figlio”.

Questi è quello che ascolta la mia parola, è la mia parola fatta carne.

Volete vedere il mio volto? Guardate Lui.

Lo ha detto anche nel battesimo quando Gesù si è messo in fila con i peccatori.

Il Padre nel Vangelo parla solo due volte, non ha parole da sprecare e dice la stessa cosa. Al Giordano lo proclama Figlio mentre si fa fratello di tutti nel battesimo; sul Tabor lo proclama Figlio perché dice che darà la vita per tutti i fratelli.

Se ascoltate Lui diventate come Lui, come Me, avrete il mio volto.

Tu vuoi vedere il suo volto, ascoltalo e avrai lo stesso volto.

Perché Lui è quello che mi ascolta e nella sua vita ha eseguito perfettamente, ha dato carne alla mia parola. Anche tu allora puoi dare carne alla sua parola.

E, all’improvviso, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non il Gesù solo con loro. È bello questo, chi bisogna ascoltare?

Non il Gesù nella gloria, ma quel Gesù che è solo, quel Gesù quotidiano che sta andando a Gerusalemme. Come tutti noi facciamo il nostro cammino, ecco Quello che fa quel cammino lì che tutti facciamo. Ascoltate Quello lì. Quello è la gloria.

Quindi, in tutto il cammino quotidiano, in qualunque punto siamo noi possiamo vivere questo essere con Gesù e vedere la bellezza della sua gloria che è il suo amore per noi.

E così faremo l’esperienza della Trasfigurazione perché seguendo Gesù ci configureremo a Lui, non ci lasceremo sfigurare dalla mediocrità ma ci trasfigureremo pure noi in Lui riuscendo a fare, ogni giorno, in modo straordinario le cose ordinarie di tutti i giorni

p. Enzo Smriglio

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