Introduzione al Vangelo della 5a Domenica di Pasqua (15 maggio 2022)

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La precisazione con la quale si apre la breve pagina evangelica della quinta domenica di Pasqua ci permette di poter contestualizzare meglio la scena descritta. Infatti, dicendo che Giuda è appena uscito dal cenacolo, l’evangelista è come se invitasse il lettore a pensare al dramma del tradimento che di lì a poco si sarebbe consumato, dando così il via alla dolorosa Passione del Signore. Gesù sa bene cosa lo aspetta e a differenza degli apostoli Gesù sa per quale motivo Giuda se ne è andato.

Possiamo pertanto immaginare il suo stato d’animo e la profonda amarezza che derivava dal sapere che stava per essere tradito. Eppure dalla sua bocca non escono parole intrise di umano risentimento. Piuttosto, Gesù in quel doloroso contesto consegna ai suoi il comandamento nuovo, il comandamento dell’amore. Sappiamo bene come la parola “amore” è una delle più abusate che a pronunciarla male brucia le labbra come dicevano i rabbini. Eppure l’amore vicendevole è per così dire la tessera di riconoscimento dei discepoli di Gesù di tutti tempi e di ogni luogo. Ad una lettura più approfondita del testo del Vangelo sembra proprio che Gesù intenda precisare che l’amore che i suoi discepoli si dovranno dimostrare reciprocamente non è un amore qualsiasi, un amore tanto per, ma piuttosto dev’essere un riflesso vivente del suo concreto modo di amare. Infatti, la solenne consegna del “comandamento nuovo” avviene nell’intimità del Cenacolo. Al male che sta per ricevere Gesù risponde col bene, indicando in questo modo ai suoi discepoli la necessità di adottare il suo stile.

Forse, dopo oltre duemila anni dalla sobria e al tempo stesso solenne consegna del comandamento nuovo, noi rischiamo ancora di continuare a fare dissertazioni astratte sul­l’a­mo­re verso il prossimo e stentiamo a capire che proprio dall’amore tutto dipende e nell’amare tutto si risolve.

Il filosofo francese Maritain afferma in verità: «abbiamo tutti bisogno di molto amore per vivere bene». È vero. Infatti, siamo fatti per essere amati, siamo fatti per amare perché siamo stati fatti da Dio che è l’Amore. Ma ci chiediamo: dove sta la novità del comandamento che ci ha lasciato Gesù? Se nell’Antico Testamento era stato già scritto “ama Dio con tutto il cuore, ama il prossimo tuo come te stesso”? La novità del comando è mirabilmente sintetizzata in una semplice parolina che segue: “Come io ho amato voi”. Gesù non ci dice amatevi “quanto” io vi ho amato, perché sapeva bene che sarebbe stato praticamente impossibile per noi raggiungere la sua misura; per questo ha preferito dire: amatevi “come” io vi ho amato, cioè facendo nostro, nelle nostre relazioni con gli altri, il suo stile. In questo modo comprendiamo che i cristiani non sono semplicemente quelli che amano, ma sono piuttosto quelli che amano come Gesù. E cioè tutti, senza mai escludere nessuno, gratuitamente, ininterrottamente.

Impossibile? No. Fare semplicemente come hanno cercato di fare tutti i santi di ieri, di oggi, di sempre.

p. Enzo Smriglio

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