Riscoprire la bellezza della Liturgia per superare le polemiche sulla liturgia.

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La Lettera apostolica di Papa Francesco al popolo di Dio sulla liturgia da titolo “Desiderio Desideravi”, è un forte richiamo al significato profondo della celebrazione eucaristica così come è emersa dal Concilio e nello stesso tempo un concreto incoraggiamento a favorire, nell’ambito delle nostre realtà ecclesiali, concreti percorsi di formazione liturgica, aperti a tutti.

Si tratta di un testo composto di 65 paragrafi nei quali sono stati rielaborati i risultati dei lavori della plenaria del Dicastero del Culto divino svoltasi nel febbraio 2019 e, seguendo il Motu proprio “Traditionis custodes” (2021), viene anche ribadita l’estrema importanza della comu­nio­ne ecclesiale attorno al rito scaturito dalla riforma liturgica post-conciliare.

Nel testo non si riscontra il tono di una nuova istruzione e nemmeno lo stile di un direttorio con norme specifiche, ma piuttosto di una vera e propria meditazione concretamente finalizzata a favorire e incoraggiare una maggiore comprensione della bellezza di ogni celebrazione liturgica, senza mai dimenticare il forte ruolo di evangelizzazione che ricopre ogni celebrazione liturgica. Secondo Andrea Tornielli “una qualche anticipazione del documento papale, pub­bli­cato nel giorno della festa dei santi Pietro e Paolo, lo si può ritrovare nella “ponenza” che l’allora cardinale arcivescovo di Buenos Aires fece alla plenaria del Dicastero per il Culto Divino, il 1° marzo 2005. In quella occasione, parlando dell’arte di celebrare, Jorge Mario Bergoglio suggeriva l’importanza di “recuperare lo stupore davanti al mistero” e auspicava la pubblicazione di testo che non fosse un trattato giuridico o disciplinare, zeppo di norme e rubriche; e nemmeno un trattato sugli abusi liturgici. Chiedeva invece un documento dal “tono pastorale e spirituale, anzi meditativo”. Nella Lettera Apostolica “Desiderio desideravi” in qualche modo – osserva Andrea Tornielli – si compie quell’auspicio espresso dall’allora Card. Bergoglio.

In un certo senso si potrebbe dire anche che il testo della Lettera apostolica trasuda nelle sue pagine la conciliare consapevolezza che in ogni celebrazione liturgica c’è davvero “il culmine verso cui tende l’azione della Chiesa” e “la fonte da cui promana tutta il suo vigore” (SC, n. 10). La Lettera Apostolica si conclude con un altrettanto concreto appello: “Abbandoniamo le po­­le­miche per ascoltare insieme che cosa lo Spirito dice alla Chiesa, custodiamo la co­mu­nio­ne, con­tinuiamo a stupirci per la bellezza della liturgia” (n. 65).

Con il suo stile particolarmente efficace Papa Francesco afferma che la fede cristiana o è in­con­tro con Gesù vivo o non è (cf n. 10). E con altrettanta incisività aggiunge: “la Liturgia ci ga­rantisce la possibilità di tale incontro. A noi non serve un vago ricordo dell’ultima Cena: noi abbiamo bisogno di essere presenti a quella Cena” (n. 11).

Papa Francesco, poi, ricorda a più riprese l’importanza della Costituzione Conciliare “Sa­cro­san­ctum Concilium” del Vaticano II, che ha portato alla riscoperta della comprensione teo­lo­gi­ca della liturgia e aggiunge: “Vorrei che la bellezza del celebrare cristiano e delle sue necessarie conseguenze nella vita della Chiesa, non venisse deturpata da una superficiale e ri­duttiva comprensione del suo valore o, ancor peggio, da una sua strumentalizzazione a ser­vi­zio di una qualche visione ideologica, qualunque essa sia” (n. 16).

Il Papa ritorna, quindi, sul tema altre volte esposto della “mondanità spirituale” (cfr. Evangelii Gaudium 93-97) mettendo in guardia sia dallo gnosticismo che dal neo-pelagianesimo che in pratica non fanno altro che alimentare la stessa “mondanità spirituale”.

Nel testo della Lettera apostolica viene chiaramente spiegato che “partecipare al sacrificio eucaristico non è una nostra conquista come se di questo potessimo vantarci davanti a Dio e ai fratelli” dal momento che “la Liturgia non ha nulla a che vedere con un moralismo ascetico: è il dono della Pasqua del Signore che, accolto con docilità, fa nuova la nostra vita. Non si entra nel Cenacolo se non che per la forza di attrazione del suo desiderio di mangiare la Pasqua con noi” (n. 20).

Papa Francesco indica come elemento terapeutico e al tempo stesso necessario, capace cioè di accelerare la guarigione dalla mondanità spirituale, la possibilità di riscoprire la bellezza della liturgia, ma questa riscoperta “non è la ricerca di un estetismo rituale che si compiace solo nella cura della formalità esteriore di un rito o si appaga di una scrupolosa osservanza rubricale” (n. 22). E con estrema saggezza pastorale aggiunge: “Ovviamente questa affer­ma­zione non vuole in nessun modo approvare l’atteggiamento opposto che confonde la semplicità con una sciatta banalità, l’essenzialità con una ignorante superficialità, la concretezza dell’agire rituale con un esasperato funzionalismo pratico” (n. 22).

Il Papa spiega inoltre come “ogni aspetto del celebrare va curato (spazio, tempo, gesti, parole, oggetti, vesti, canto, musica, …) e ogni rubrica deve essere osservata: basterebbe questa attenzione per evitare di derubare l’assemblea di ciò che le è dovuto, vale a dire il mistero pasquale celebrato nella modalità rituale che la Chiesa stabilisce. Ma anche se la qualità e la norma dell’azione celebrativa fossero garantite, ciò non sarebbe sufficiente per rendere piena la nostra partecipazione” (n. 23). E osserva: se viene a mancare “lo stupore per il mistero pasquale” presente “nella concretezza dei segni sacramentali, potremmo davvero rischiare di essere impermeabili all’oceano di grazia che inonda ogni celebrazione” (n. 24).

Questo stupore, chiarisce Francesco, non ha nulla a che vedere “con la fumosa espressione ‘senso del mistero’: a volte tra i presunti capi di imputazione contro la riforma liturgica vi è anche quello di averlo – si dice – eliminato dalla celebrazione” (n. 25). Lo stupore di cui parla il Papa non è una specie di smarrimento di fronte ad una realtà oscura o ad un rito enigmatico, ma è, “al contrario, la meraviglia per il fatto che il piano salvifico di Dio ci è stato rivelato nella Pasqua di Gesù” (n. 25).

Il Santo Padre a questo punto si chiede: Come recuperare, dunque, la capacità di vivere in pienezza l’azione liturgica? Di fronte allo smarrimento della post-modernità, all’individua­li­smo, al soggettivismo e allo spiritualismo astratto, nel testo della Lettera Apostolica si ritrova un forte invito a saper ritornare alle grandi costituzioni conciliari, che non sono separabili tra di loro. E al riguardo viene detto: “sarebbe banale leggere le tensioni, purtroppo presenti attorno alla celebrazione, come una semplice divergenza tra diverse sensibilità nei confronti di una forma rituale. La problematica è anzitutto ecclesiologica” (n. 31). Dietro le battaglie sul rito, insomma, si celano diverse concezioni della Chiesa. Non si può dire, precisa il Santo Padre, di riconoscere la validità del Concilio e non accogliere la riforma liturgica nata dalla “Sacro­san­ctum Concilium” (cf. n. 32). 

Nel testo si trovano diverse citazioni del teologo italo-tedesco Romano Guardini, secondo il quale senza formazione liturgica, “le riforme nel rito e nel testo non aiutano molto” (n. 34). Nel testo della Lettera s’insiste pertanto sull’importanza della formazione, in particolar dei futuri sacerdoti: “Una impostazione liturgico-sapienziale della formazione teologica nei seminari avrebbe certamente anche effetti positivi nell’azione pastorale. Non c’è aspetto della vita ecclesiale che non trovi in essa il suo culmine e la sua fonte. La pastorale d’insieme, organica, integrata, più che essere il risultato di elaborati programmi è la conseguenza del porre al centro della vita della comunità la celebrazione eucaristica domenicale, fondamento della comunione. La comprensione teologica della Liturgia non permette in nessun modo di intendere queste parole come se tutto si riducesse all’aspetto cultuale. Una celebrazione che non evangelizza non è autentica, come non lo è un annuncio che non porta all’incontro con il Risorto nella celebrazione: entrambi, poi, senza la testimonianza della carità, sono come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita” (n 37).

Il Papa sottolinea inoltre la necessità, oggi, di saper educare alla comprensione dei simboli, sempre più difficile per l’uomo moderno. Un modo per farlo “è certamente quello di curare l’arte del celebrare”, che “non può essere ridotta alla sola osservanza di un apparato rubricale e non può nemmeno essere pensata come una fantasiosa – a volte selvaggia – crea­ti­vità senza regole. Il rito è per sé stesso norma e la norma non è mai fine a se stessa, ma sem­pre a servizio della realtà più alta che vuole custodire” (n. 48). E si osserva giustamente co­me l’arte del celebrare non si impara “perché si frequenta un corso di public speaking o di tec­niche di comunicazione persuasiva”. Piuttosto occorre “una diligente dedizione alla ce­le­bra­zione lasciando che sia la celebrazione stessa a trasmetterci la sua arte” (n. 50). E “tra i ge­sti rituali che appartengono a tutta l’assemblea occupa un posto di assoluta importanza il silenzio”, che – osserva il Santo Padre – “muove al pentimento e al desiderio di conversione; suscita l’ascolto della Parola e la preghiera; dispone all’adorazione del Corpo e del Sangue di Cristo” (n. 52).

Papa Francesco osserva quindi che nelle comunità cristiane spesso il loro modo di vivere la cele­brazione “è condizionato – nel bene e, purtroppo, anche nel male – da come il loro parroco presiede l’assemblea” (n. 54). Ed elenca diversi “modelli” di presidenza inadeguati, anche se di segno opposto: “rigidità austera o creatività esasperata; misticismo spiritualizzante o funzionalismo pratico; sbrigatività frettolosa o lentezza enfatizzata; sciatta trascuratezza o eccessiva ricerca­te­z­za; sovrabbondante affabilità o impassibilità ieratica”. Tutti modelli che, in fin dei conti, hanno un’unica radice: “un esasperato personalismo dello stile celebrativo che, a volte, esprime una mal celata mania di protagonismo” (n. 54), amplificato quando le ce­­lebrazioni vengono trasmesse in rete. Con particolare profondità il Papa osserva inoltre che “presiedere l’Eucaristia è stare immersi nella fornace dell’amore di Dio”. E nello stesso tempo osserva giustamente che “quando ci viene dato di comprendere, o anche solo di intuire, questa realtà, non abbiamo di certo più bisogno di un direttorio che ci imponga un comportamento adeguato” (n. 57).

Il testo della Lettera si chiude con un chiaro appello rivolto “a tutti i vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, ai formatori dei seminari, agli insegnanti delle facoltà teologiche e delle scuole di teologia, a tutti i catechisti e le catechiste, di aiutare il popolo santo di Dio ad attingere a quella che da sempre è la fonte prima della spiritualità cristiana” (n. 61), ribadendo quanto stabilito in “Traditionis custodes”, perché “la Chiesa possa elevare, nella varietà delle lingue, una sola e identica preghiera capace di esprimere la sua unità” (n. 61) e questa unica preghiera è il Rito Romano scaturito dalla riforma conciliare e stabilito dai santi pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II.

Concludendo queste prime note introduttive sul testo della Lettera Apostolica “Desiderio Desideravi” non si può non condividere l’intelligente considerazione di Andrea Tornielli che, nel suo editoriale pubblicato nel sito “vaticannews”, con spiccato senso di straordinaria concre­tez­za osserva: la liturgia “fonte e culmine” non può trasformarsi nel terreno di scontro dove si cerca di far passare una visione di Chiesa che non accoglie quanto stabilito sinodalmente dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

E.S.

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